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Chiesa di San Francesco

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A fondo pagina altre immagini dell'interno

Mezzo chilometro circa a sud-ovest del paese, sopra un'altura è la chiesa di S. Francesco, alla quale è annesso un antico convento ora disabitato: si vede ancora il chiostro con portico ad archi e pilastri di muro, e gli archi del portico superiore rinchiusi. Nelle lunette sono affreschi molto sciupati con la storia di S. Francesco. Nel centro del cortile è il pozzo coperto. Nell'antica cucina del convento una tavola di marmo segata nella base di un sarcofago baccellato con targa e pilastrini, serviva da tavolino. Sull'arco d'ingresso della cucina, in pietra locale del '500, è rilevato uno stemma con luna crescente e tre stelle nel campo. La chiesa presenta nella facciata ancora la forma primitiva: la porta è completamente rifatta, però nella fenestra rotonda che la sovrasta si vede l'antico lunettone: vi è anche una fenestrina a sinistra. Nell'interno la chiesa è stata molto restaurata e rovinata: però nelle due cappellette di sinistra si vedono ancora i candelieri e i cordoni dell'antica volta: così pure nell'abside, nel cui centro della volta è un rosone rotondo col monogramma di Cristo (di S. Bernardino da Siena). Nel soffitto moderno, si vedono ancora travi trasversali e le mensole di sostegno dell'antico soffitto, che devono esistere al disopra. Degni di ammirazione sono gli affreschi riportati alla luce in quest'anno, che adornano il fondo dell'abside e le pareti della chiesa e delle cappelle. Quelli dell'abside, che sono i più importanti, sono anche abbastanza bene conservati, tranne nel fondo della parete ove, in tempo moderno, per aprirvi una fenestrina, ora chiusa, ne fu distrutta una parte ove era rappresentato Cristo in croce. In basso è la Madonna col bambino in grembo, con tre santi per lato respettivamente, tra i quali S. Apollonia, S. Lorenzo, S. Giovanni Battista, S. Leonardo, etc., coi nomi graffiti sotto. In alto, ai fianchi del crocefisso sono S. Bernardino da Siena e S. Francesco. Nell'angolo di destra in basso pure graffito: Die - Aprilis 1526 Angelus Soldatus Fiut hic ET CV EO EGO PETRVS ODVS Tali affreschi debbono essere di scuola Umbra e del secolo XV. Gli altri sulle pareti della chiesa sono ancora in parte coperti e meno conservati. Interessante è un altare, a destra subito entrando, dedicato a S. Antonio Abate, intorno al quale sono affreschi di tempi diversi: ve n'è uno ben conservato di S. Rocco col nome sotto: poi vi sono numerosi scomparti con la storia di S. Antonio Abate in affreschi più moderni. La via che attualmente conduce alla chiesa di S. Francesco era lastricata con poligoni antichi, che furono tolti nel 1881.

GIUSEPPE TOMASETTI La Campagna Romana Antica, Medievale e Moderna pag. 93 - 94

NELLA CHIESA UN'OPERA di DOMENICO VELANDI

LA CHIESA

Sulla chiesa di S. Francesco di Anguillara esistono solo due documenti: uno è la licenza data nel 1468 dal Pontefice Paolo II all' "Università e ai cittadini di Anguillara" di edificare un convento per i frati conventuali, "con la speranza che essi avevano concepito che con la vita lodevole ed esemplare di quelli, con la predicazione della parola di Dio e con le esortazioni a vivere bene e santamente, sarebbero stati portati rigogliosi frutti spirituali per la salute delle anime". Questa decisione fa seguito ad una guerra che Paolo II aveva combattuto contro i Conti di Anguillara, guerra dalla quale le popolazioni dovevano essere uscite stremate e bisognose di esempi edificanti. L'intero documento riguarda la consacrazione della chiesa ed è l'iscrizione di una lapide conservata una volta nella stessa chiesa e oggi purtroppo perduta, di cui ci riferisce il testo il Tomassetti, nel suo studio sulla Campagna romana. Il senso ne è questo: "Quando nel 1595 di nuovo i frati minori, richiesti insistentemente tornano ad occupare il monastero di S. Francesco, dal loro stesso ordine lasciato disabitato e abbandonato per buone ragioni, fra le rovine dell'altare maggiore trovano una pergamena che ricorda la consacrazione della chiesa avvenuta nel 1488, sotto il Pontificato d'Innocenzo Ottavo, ad opera del Vescovo Didaco Melendes De Valdes di Salamanca che dà l'indulgenza plenaria a chi visiterà l'altare principale e i due laterali dedicati a S. Francesco e ai Beati Adriano, Cristoforo e Fulgerio, le cui reliquie sono racchiuse negli altari stessi". Dunque stabilitisi ad Anguillara i Francescani del 1468, completarono la loro chiesa e la consacrazione nel 1488. La chiesa, a navata unica, termina con un coro quadrato, dalla volta a crociera, tipico delle chiese francescane fin nel secolo XIII.

Fino a qualche anno fa vi erano lungo la parete destra due cappelle affrescate, descritte dal Tomassetti.

E' la tipica chiesa a capanna della tradizione minoritica.

Documenti: in A. Wadding, Annales Minorum, t. XIII, p. 495, anno 1468. G. Tomassetti, La Campagna Romana. III Le vie Cassia e Clodia. Roma 1928, nuova ediz. A cura del Banco di Roma 1976, p. 93

 AFFRESCHI

Gli affreschi che decorano la chiesa sono stati tutti, eccetto quelli dell'altare di S. Antonio Abate, eseguiti a breve distanza di tempo dalla costruzione della chiesa e dalla sua consacrazione. Le pitture dell'abside sono opera di un artista proveniente dall'alto Lazio e della cerchia di Lorenzo da Viterbo: i pilastri ornati da candelabri dipinti, le cornici, il fregio in prospettive costituiscono intorno alle figure una solenne inquadratura di gusto rinascimentale che nonostante qualche sfalsatura nella prospettiva conferisce a tutta la parete un'organica unità. Negli scomparti sono raffigurati la Madonna al centro tra i Ss. Apollonio, Lorenzo, Giovanni Battista, Francesco, Leonardo e Silvestro papa. Nel registro superiore la Crocefissione (distrutta quando in corrispondenza ad essa fu aperta una finestra) tra S. Giovanni, la Vergine e i Ss. Bernardino e Antonio di Padova. La figura della Vergine è andata perduta con la Crocefissione e restano in parte quella di S. Giovanni e quelle dei Santi Francescani. Nelle parti più importanti dell'affresco, cioè la figura della vergine e le figure del registro superiore, si può riconoscere la mano di un artista viterbese, Domenico Velandi, noto attraverso un'opera firmata, una Madonna col Bambino oggi a Cracovia, gli sono attribuiti anche una Madonna su tavola di Castiglione in Teverina, gli affreschi della chiesa di Vasanello, un Redentore benedicente e un'Annunciazione su tavola, entrambe al Museo di Orte. Gli affreschi di Anguillara, per i quali il nome di Domenico Velandi è stato fatto per la prima volta da F. Aliberti, hanno in comune con le opere citate il tipo di impaginazione prospettica, l'impianto delle figure e il particolare modo di disegnare i tratti fisionomici. Come Domenico Velandi nella figura della Madonna, nel S. Bernardino e nel S. Francesco, il pittore di Anguillara modella delicatamente i volumi dei corpi studiando l'incidenza dei piani di luce, e graduando in profondità lo spessore delle cornici e l'ampiezza dei piani di posa, tenta di costruire intorno alle figure uno spazio misurabile. Gli affreschi di Anguillara sono da datare qualche anno prima del "Redentore" del Museo di Orte, che è del 1491. Anche le pitture della parete sinistra, d'altra mano, dovrebbero essere state eseguite negli stessi anni. Si trattava di pitture votive, in certi casi probabilmente concepite come pale d'altari minori. Ne restano alcuni partiti decorativi o cornici costituiti da pilastri corinzi scanalati o da paraste sormontate da finissimi capitelli e decorate a motivi di candelabre gemmate e fiorite. Essi inquadravano una immagine della Madonna in trono tra santi, oggi ridotta a poche tracce, e un S. Sebastiano: accanto a quest'ultimo, una figura di S. Giovanni Battista, che è l'affresco più tardo della serie quattrocentesca. L'omogeneità dei partiti architettonici destinati a racchiudere le immagini, e che appaiono tutti assai simili fra loro, anche se distribuiti a varie altezze, fa supporre che il culto nella chiesa sia stato vivo per un periodo di tempo molto breve, e circoscritto, così che alle richieste di tutti i committenti di pitture votive abbia corrisposto da parte degli esecutori un medesimo gusto e una cultura simile, anche se non dappertutto dello steso livello. Dove le pitture sono ancora leggibili, questa supposizione viene confermata dal loro aspetto. A parte l'altare di S. Antonio Abate, tutti gli affreschi della chiesa sembrano risalire sia pure con inflessioni diverse, ore umbre ora toscane, alla medesima cerchia culturale, che è quella di Lorenzo da Viterbo.

A fianco dell'altare di S. Antonio, ecco sullo spigolo della parete sinistra S. Rocco Pellegrino che rammenta la diffusione nel territorio di Viterbo del gusto della contemporanea pittura senese. Nella controfacciata, dopo la rimozione dell'imbiancatura a calce, sono venute alla luce una figura di S. Antonio di Padova e una di S. Sebastiano con minuscolo offerente ai piedi, racchiusi tra paraste simili a quelli del S. Rocco già ricordato. E ancora i Ss. Rocco e Sebastiano in un'immagine più piccola e più popolare appaiono dipinti sotto i precedenti, a fianco di una curiosa "natura morta" costituita dagli oggetti per la messa (il calice, il libro, le ampolline, il mazzo di ceri) e di una immagine, anch'essa popolare, di S. Michele, titolare di una antichissima chiesa una volta esistente nel territorio di Anguillara.

Sull'altro lato della porta il restauro ci ha restituito un dipinto votivo raffigurante la Vergine in trono col bambino in grembo, tra i Ss. Rocco e Sebastiano. Nell'eseguire questa immagine assorta e luminosa l'ignoto pittore, che rivela, nella morbidezza con cui disegna i contorni, l'influenza della pittura umbra, sembra volere idealmente risalire alle fonti di ispirazione degli artisti della cerchia di Lorenzo da Viterbo, e cioè Benozzo Gozzoli e l'Angelico. Nelle due nicchie ai lati le figure dei Santi presentano notevoli sproporzioni rispetto all'inquadratura. A fianco a questi affreschi è un'altra immagine di S. Antonio. E di nuovo i Ss. Antonio e Sebastiano sono riapparsi sotto lo scialbo fra due paraste ornate nella parete destra.

Accanto alla Vergine e S. Antonio le immagini dei Santi Rocco e Sebastiano protettori dalla peste sono continuamente ricorrenti in questi dipinti votivi: la loro presenza è certo da mettere in relazione con le epidemie che, nella seconda metà del secolo, con punte di particolare gravità, come nel 1476, travagliarono le campagne in conseguenza delle continue scorrerie guerresche. E' anche probabile che la scelta di questi Santi, Santi pellegrini e miracolosi, sia stata determinata dalla presenza presso il Cenobio "Ospitium" per i pellegrini. I compiti di assistenza spirituale che Paolo II affidava alla Comunità Francescana di Anguillara, possono essersi anche configurati come una reale assistenza, in una situazione di pericolo di fatto nelle campagne. Nessuna altra opera del Rinascimento maturò, dopo i trittici e i dittici ad affresco fin qui descritti vi è nella chiesa di S. Francesco e bisogna arrivare alla fine del secolo perché vi torni a dipingere un pittore popolare che esegue le storie dei miracoli di S. Antonio Abate, e l'altare che oggi è un rudere venga decorato per la pietà dei discendenti del pittore con un quadro di S. Francesco di Girolamo Muziano, quadro che oggi è scomparso. Gli affreschi di S. Francesco testimoniano dunque di un breve ma intenso periodo di culto popolare che diede luogo ad un omogeneo insieme di opere d'arte rinascimentali, l'unico di questo tempo rimasto nella cittadina: un episodio che riflette le diverse varianti di quella cultura provinciale, originata da fitti scambi e da esperienze affini, che vede fiorire, lungo le strade che portavano verso Roma, espressioni artistiche simili dalle Marche. All'Umbria, al Viterbese.

Note - Per Domenico Velandi, v. I. Faldi, Pittori Viterbesi di cinque secoli, Roma 1970.

 

Facciata: la facciata è rustica e semplice come tutte le antiche Chiese francescane. Ha un timpano composto dai due pioventi e un rosone centrale senza trafori.

Interno: dopo le varie peripezie di abbandono, di uso a magazzino e di crollo del tetto, finalmente ha trovato un avvio al restauro radicale capace di salvare l'antica struttura grandiosa e semplice e gli affreschi di particolare rilievo dei secc. XV e XVI. La sua origine antica (sec. XIII) e il suo stile ne fanno un esemplare francescano notevole e da non potersi trascurare.

Ora che è finito il restauro, è possibile ammirare ancora un insigne monumento liturgico ed artistico e con le rinnovate strutture del tetto a vista e dei pavimento si può tramandare nel secoli un documento di storia, di arte e di pietà. E' ad unica navata.

Origine e vicende: è d’origine francescana risalente al sec. XIII con affreschi del sec. XV e del sec. XVI.

Subì la profanazione e distruzione nel sacco di Roma del 1527.

Fu data ai frati di S. Salvatore in Lauro di Roma poco prima del 1574. Aveva in dote il tenimento di S. Stefano di 100 rubbia di terra e fu oggetto di lite tra il vescovo di Sutri e il Principe Paolo Giordano Orsini.

Ritornata nel secolo XVII ai Frati del Terz'Ordine Minore dell'osservanza, fu dei Francescani fino al 1870.

Soppressa insieme al Convento conobbe abbandoni, crolli e rovine. Fu magazzino per l'ammasso del grano negli anni precedenti e seguenti la seconda guerra mondiale.

Successivamente restaurata oggi è di nuovo officiata dal clero diocesano.

E' di notevole grandezza (m. 31x10).

Visita Apostolica: a. 1574.

Visite Pastorali: a. 1670 ‑1672 ‑1676 ‑1695 ‑1696 ‑1697.

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