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Scuola della Parola

    INVOCAZIONE ALLO SPIRITO


    Vieni o Spirito Creatore, visita le nostre menti riempi della tua grazia i cuori che hai creato. O dolce consolatore dono del Padre altissimo acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell’anima. Dito della mano di Dio promesso dal Salvatore irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola. Sii luce all’intelletto fiamma ardente nel cuore, sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male. Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo amore. Amen.


    TESTO

    Come infatti ai giorni di Noè,
    così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Come infatti in quei giorni prima del diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito,
    sino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non conobbero finché non venne il diluvio e portò via tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e uno lasciato; due donne saranno alla mola: una sarà presa e una lasciata. Vegliate dunque, perché non conoscete in quale giorno il vostro Signore viene. Ora questo sappiate: se conoscesse il padrone di casa in quale ora della notte il ladro viene, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa. Per questo anche voi siate pronti, perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo viene.


    v. 37-38: come infatti ai giorni di Noè, ecc. Ai tempi di Noè si mangiava, si beveva e ci si sposava, come in ogni tempo. La vita dell’individuo è alimentata dal cibo e quella della specie dalla riproduzione. La salvezza o la perdizione dipende da «come» si vivono queste cose di ogni giorno. L’illuminato le vive da figlio e da fratello, in rendimento di grazie: «Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa» (ossia vi sposiate, commenta Origene), «fate tutto per la gloria di Dio» dice Paolo (1Cor 10,31). Il cieco invece vede in queste cose non il dono di Dio, ma un oggetto da possedere.


    v. 39: venne il diluvio. Alla fine c’è sempre il diluvio (cf. 7,24-27). Siamo mortali. Ciò che è costruito sulla parola di Dio, resiste come l’arca; ciò che è costruito sulla nostra stoltezza, crolla, sommerso dalle acque. Ciò che alla fine avviene, non è altro da ciò che avviene ora: ogni mangiare, bere e sposare può essere vissuto come dono o come possesso, come amore o come violenza, come vita o come morte.


    V. 40: due nel campo. Oltre che mangiare, bere e sposarsi, l’uomo lavora. E’ non solo «custode» del giardino, ma innanzitutto «cultore» (Gen 2,15). Collabora infatti all’opera di Dio nella creazione.

    uno sarà preso e uno lasciato. Anche il lavoro quotidiano, come le altre funzioni vitali, è il luogo in cui realizziamo o perdiamo la nostra identità di figli. «Nel campo», mentre facciamo la stessa cosa e non dopo, si opera la distinzione: siamo presi con il Signore o abbandonati, salvati o perduti. Determinante non è «cosa», ma «come» facciamo.


    V. 41: due donne alla mola. Macinare e preparare il cibo è, in una cultura primitiva, proprio della donna, che dà e alimenta la vita. Non in avvenimenti importanti, ma in quelli quotidiani costruiamo o meno le nostre dimore eterne (cf. Lc 16,9).


    v. 42: vegliate dunque. È la conclusione alla quale porta tutto il discorso fatto fin qui, sviluppato in seguito sul «come» vegliare. Tenere gli occhi aperti è infatti la prima condizione per vedere il Signore che viene. Chi dorme resta nella notte, incantato da desideri o paure, senza relazione con la realtà.


    V. 43: se conoscesse il padrone di casa, ecc. Chi si considera «padrone» e crede di possedere se stesso (la sua vita, il suo lavoro, i suoi beni) cf Lc 12,13-21 – vive nell’inganno di un sonno che svanisce all’alba. Per lui la morte è come un ladro che lo deruba di tutto. 


    44: voi siate pronti. Pronto è chi si sa non «padrone», ma «servo fedele e saggio», che conosce e fa ciò che il Signore ha detto.

    nell’ora che non pensate il Figlio dell’uomo viene. Viene infatti, in modo impensato, in «tutte queste cose»: dove noi lo riteniamo assente, lui è presente con il «suo» segno.



    Sono uscito, o Signore.

    Fuori la gente usciva.

    Andavano, venivano, camminavano, correvano.

    Correvano i motorini. Correvano le macchine.

    Correvano i camion. Correva la strada.

    Correva la città. Correvano tutti.

    Correvano per non perdere tempo.

    Correvano dietro al tempo, per guadagnar tempo.

    Arrivederci, signore, scusi, non ho tempo.

    Ripasserò, non posso attendere, non ho tempo.

    Termino questa lettera, perché non ho tempo.

    Avrei voluto aiutarla, ma non ho tempo.

    Non posso accettare.. per mancanza di tempo.

    Vorrei pregare, ma non ho il tempo.

    Il bambino, gioca, non ha tempo subito… più tardi…

    Lo scolaro, deve fare i compiti, non ha tempo subito… più tardi…

    L’universitario, ha i suoi corsi e tanto lavoro, non ha tempo subito…più tardi…

    Il giovane, fa dello sport, non ha tempo subito… più tardi…

    Il padre di famiglia, ha i bambini, non ha tempo subito… più tardi…

    I nonni, hanno i nipotini, non hanno tempo subito… più tardi…

    Sono malati! Hanno le loro cure, non hanno tempo adesso… più tardi…

    Sono moribondi, non hanno…

    Troppo tardi!… non hanno più tempo!

    Così gli uomini corrono tutti dietro al tempo, o Signore.

    Passano sulla terra correndo, frettolosi, precipitosi.

    E non arrivano mai a tutto, perché manca loro tempo.

    Signore, sembra che Tu abbia fatto un errore di calcolo.

    Le ore sono troppo brevi! I giorni sono troppo brevi!

    Le vite sono troppo brevi! Ma Tu sai quello che fai.

    Tu non ti sbagli quando distribuisci il tempo agli uomini.

    Tu doni a ciascuno il tempo di fare quello che tu vuoi che egli faccia.

    Ma non bisogna perdere tempo,

    sprecare tempo,

    ammazzare il tempo.

    Perché il tempo è un regalo che tu ci fai,

    ma un regalo che non si conserva.

    Signore, io ho tempo.

    Tutto il tempo che tu mi dai.

    Gli anni della mia vita.

    Le giornate dei miei anni.

    Le ore delle mie giornate.

    Sono tutti miei.

    A me spetta riempirli, serenamente,

    con calma, ma riempirli tutti, fino all’orlo.

    Per offrirteli, in modo che della loro acqua insipida

    Tu faccia un vino generoso,

    come facesti un tempo a Cana per le nozze umane.

    Non Ti chiedo questa sera,

    o Signore,

    il tempo di fare questo e poi ancora quello che io voglio,

    ti chiedo la grazia di fare coscienziosamente,

    nel tempo che tu mi dai,

    quello che tu vuoi ch’io faccia.

    In questo sta la  felicità.


    (Padre Michel Quoist)